Alessandro Migliorini di European Energy: «L'agrivoltaico è il domani dell’agricoltura italiana»
Il più grande progetto agrivoltaico d'Italia dimostra che energia e agricoltura possono rafforzarsi a vicenda. Alessandro Migliorini racconta come Vizzini segni un punto di svolta: non più parchi che si adattano ai terreni, ma infrastrutture pensate per riportare vita e competenze in un settore agricolo in difficoltà
Il progetto agrivoltaico di Vizzini rappresenta un passaggio chiave per il settore, dimostrando come scala industriale e vocazione agricola possano convivere in modo concreto. Molto più che un semplice impianto: Vizzini si propone come modello apripista per il sistema italiano. Tra innovazione, evoluzione normativa e sviluppo territoriale, indica una nuova traiettoria in cui energia e agricoltura possano crescere insieme, rafforzandosi a vicenda.
Il progetto agrivoltaico di Vizzini è oggi il più grande in Italia e rappresenta un investimento senza precedenti per dimensioni e valore. Quali sono, secondo te, i punti chiave da comunicare e che valore ha questo progetto per l’agrivoltaico?
«Il punto chiave principale è dimostrare che l’agrivoltaico, anche su estensioni e dimensioni significative, porta benefici concreti al territorio. E non solo: supporta anche l’attività agricola, che in Italia oggi è piuttosto in difficoltà. L’agrivoltaico può portare risorse all’agricoltura e contribuire a darle continuità. Questo è il messaggio principale che va trasmesso. L’aspetto forse più importante emergerà quando il parco sarà realizzato: avere esempi concreti che dimostrino come il tema del consumo di suolo sia, in molti casi, pretestuoso. Interventi di questo tipo sono particolarmente utili nelle aree dove l’agricoltura viene progressivamente abbandonata, perché i ritorni economici sono ridotti al minimo e spesso legati quasi esclusivamente ai contributi europei.»
Ha citato anche l’impatto industriale del progetto. Quali settori e quali competenze possono beneficiarne maggiormente?
«Lo sviluppo e la diffusione di questi progetti hanno un impatto diretto sia dal punto di vista occupazionale sia su quello ingegneristico e della costruzione. Se un territorio punta su questo tipo di infrastrutture, si creano professionalità e maestranze locali, con nuove opportunità di lavoro. È però fondamentale che ci sia stabilità e una visione di lungo periodo. Se, come è già successo in passato, si passa da fasi di forte sviluppo a fasi di totale arresto, diventa molto difficile per chi vuole investire sul territorio, creare aziende o semplicemente restare a lavorare lì. Senza una visibilità a medio-lungo termine manca la fiducia necessaria per fare scelte strutturali».
E per quanto riguarda la vision a lungo termine sull’agricoltura?
«Penso che questo approccio potrebbe generare un ritorno di interesse, soprattutto da parte delle nuove generazioni, verso l’agricoltura. Oggi assistiamo a uno spopolamento progressivo delle aree rurali perché mancano opportunità e le persone si spostano verso i grandi centri urbani.
L’agrivoltaico può invece consentire di recuperare aree abbandonate e di avere risorse da reinvestire nell’attività agricola.»
Nel dibattito pubblico l’agrivoltaico viene spesso percepito come un compromesso. In che modo il progetto di Vizzini dimostra che agricoltura ed energia possono rafforzarsi a vicenda?
«All’epoca in cui è nato il progetto, la parola “agrivoltaico” non esisteva nemmeno nel gergo corrente. Il progetto nasceva come un impianto tradizionale e l’adattamento a un modello che prevedesse attività agricole, quindi una moderazione del consumo di suolo, non ha lasciato molto spazio a soluzioni alternative.»

È stato, di fatto, un progetto riadattato
«Sì, esatto. Questo riadattamento è stato una conseguenza di quella che io definisco una vera e propria “ipertrofia normativa”: una stratificazione di norme che, a partire dai primi anni Venti, si sono susseguite sul tema della semplificazione, dei conflitti tra interessi energetici e agricoli e del consumo di suolo. Il progetto di Vizzini rappresenta quindi l’evoluzione di un’iniziativa che ha attraversato tutti questi passaggi normativi e che ha dovuto trovare, di volta in volta, la soluzione migliore possibile.»
Oggi però il quadro è cambiato?
«Sì. Oggi, anche alla luce degli ultimi chiarimenti normativi, c’è finalmente la possibilità di adottare un approccio completamente diverso. Un approccio che non parte più dall’aspetto ingegneristico, ma da quello agricolo: è il parco che deve adattarsi alle esigenze dell’agricoltura, e non il contrario. Questo è un punto fondamentale.»
In che modo si può aiutare lo sviluppo virtuoso di questo processo?
«È importante che, nella stesura delle norme, si tenga conto anche della necessità di realizzare infrastrutture elettriche performanti. Un’attenzione eccessiva alla sola componente agricola rischia di penalizzare la resa della produzione elettrica e questo, inevitabilmente, scoraggia gli investitori. Oggi chi è in grado di sostenere investimenti utility scale è il settore energetico, non quello agricolo.»
Lo dimostra anche l’esperienza del bando Agrisolare?
«Esattamente. Il bando Agrisolare, rivolto alle aziende agricole, non ha avuto l’esito sperato, come dimostra l’alto numero di rinunce. Il problema non è solo tecnico, ma riguarda anche la realizzazione, i tempi e soprattutto la finanziabilità dei progetti. Anche un impianto molto più piccolo rispetto a Vizzini richiede comunque investimenti dell’ordine di alcune decine di milioni di euro. Oggi sono poche le aziende agricole che possono permettersi di destinare risorse così rilevanti, necessarie al loro core business, a questo tipo di iniziative. Questa è la vera criticità da comprendere.»
Quanto sarà centrale la tecnologia nel futuro dell’agrivoltaico?
«Fornire risorse alle aziende agricole deve essere una priorità. In futuro si potrebbe immaginare un meccanismo che preveda che le aziende agricole investano una parte di ciò che incassano dai diritti di superficie in innovazione tecnologica. L’innovazione tecnologica sarà l’elemento distintivo tra le aziende agricole che avranno un futuro e quelle che inevitabilmente sono destinate a scomparire. Questo potrebbe avvenire anche a livello istituzionale, inserendo in modo strutturale la componente tecnologica all’interno delle politiche agricole.»
Parliamo di intelligenza artificiale e robotica: che ruolo avranno?«Al di là dell’intelligenza artificiale, che ormai è trasversale e ha rivoluzionato tutti i settori negli ultimi due anni, nei prossimi dieci anni assisteremo a cambiamenti ancora più profondi. Si apriranno spazi importanti anche per la robotica.»
E tu come la vivi?
«È un processo inevitabile. La robotica sarà di supporto all’agricoltore. Può far storcere il naso a chi teme una “disumanizzazione” del lavoro agricolo, ma in realtà permetterà di gestire superfici sempre più ampie, in un contesto in cui le aree coltivate si stanno progressivamente riducendo. La tecnologia può consentire il recupero di vaste superfici oggi incolte, abbandonate non per mancanza di vocazione agricola, ma perché la loro gestione non è più economicamente sostenibile.»

Per sviluppare intelligenza artificiale e tecnologia serve però sempre più energia. È corretto?
«Sì, esattamente. Servirà sempre più energia. È inevitabile.»
L’Italia ha davvero le carte in regola per diventare un Paese leader nell’agrivoltaico e nelle rinnovabili?
«Sì, sicuramente. L’agricoltura italiana è un’attività di grandissimo pregio e i prodotti italiani sono richiesti in tutto il mondo. Aumentare la produttività dei terreni, anche grazie al supporto di investimenti esterni, può contribuire a ridurre i costi del prodotto finale. Il mercato del chilometro zero resta in parte una nicchia. Oggi molti prodotti tipicamente italiani vengono coltivati in serra all’estero e venduti a prezzi più competitivi. Se vogliamo puntare davvero su qualità e competitività, dobbiamo investire nell’agricoltura. Le potenzialità inespresse dell’Italia sono enormi. Serve però coordinamento e dialogo: l’ingresso delle rinnovabili nel mondo agricolo è stato percepito come invasivo proprio perché poco coordinato, sia dal punto di vista normativo sia da quello del confronto tra settori.»
Su cosa bisogna lavorare per migliorare l’agrivoltaico?
«Il lavoro più importante è creare un dialogo concreto, basato sui progetti reali, non su principi astratti o dibattiti accademici. Bisogna sedersi attorno a un tavolo con i progetti sul tavolo.»
Che ruolo può avere Agrivoltaica in tutto questo?
«Il valore di Agrivoltaica sta proprio nel riunire aziende che sviluppano progetti e che hanno un interesse diretto nel dialogo con enti, associazioni e istituzioni. L’agricoltura italiana è estremamente variegata ed è difficile costruire normative omogenee. È un lavoro complesso e richiederà tempo, ma la cooperazione con le associazioni è fondamentale. Resta poi il tema legislativo: in Italia spesso le norme sono eccessivamente specifiche e questo genera dubbi interpretativi che bloccano il sistema e creano incertezza per gli investitori.»
«L'aspetto forse più importante emergerà quando il parco sarà realizzato: avere esempi concreti che dimostrino come il tema del consumo di suolo sia, in molti casi, pretestuoso»
Che significa agrivoltaico e quali benefici porta al territorio?
L’agrivoltaico è un modello che integra produzione di energia rinnovabile e attività agricola sullo stesso terreno. Il suo valore consente di sostenere economicamente l’agricoltura, soprattutto nelle aree più fragili o soggette ad abbandono, garantendo continuità produttiva. Inoltre, dimostra concretamente che è possibile generare energia senza compromettere il suolo agricolo, contribuendo a superare il dibattito sul consumo di terreno.
Quanto costa un impianto agrivoltaico e perché è difficile da realizzare?
Un impianto agrivoltaico richiede investimenti molto elevati, spesso nell’ordine di decine di milioni di euro, anche per progetti di dimensioni non particolarmente grandi. La complessità non è solo economica ma anche tecnica e finanziaria: servono competenze integrate e una struttura industriale solida. Proprio per questo, oggi sono soprattutto gli operatori energetici a sostenere questi investimenti, in collaborazione con le aziende agricole.
Perché è fondamentale sviluppare una filiera e una visione di lungo periodo per l’agrivoltaico?
Perché senza stabilità e prospettiva nel tempo è difficile attrarre investimenti e costruire competenze locali. L’agrivoltaico può generare occupazione, sviluppo industriale e nuove professionalità, ma solo se inserito in una strategia chiara e continuativa. Servono norme coerenti, dialogo tra settore agricolo ed energetico e una filiera capace di supportare progetti complessi. In questo contesto, la tecnologia, dalla robotica allo smart farming, sarà sempre più centrale per rendere il modello efficiente e competitivo.
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