Indietro campo agrivoltaico italia
Intervista03 Marzo 2026

Maurizio Pitzolu di RP Global: «Il domani nasce dalla terra e cresce con l’energia»

Dalla scelta strategica di puntare fin dall’inizio sull’agrivoltaico alla centralità della Sardegna nel dibattito sulle rinnovabili: una visione che unisce energia e agricoltura, investe nel miglioramento dei terreni e punta su comunicazione, formazione e dialogo istituzionale per trasformare la transizione energetica in un’opportunità concreta di sviluppo territoriale

In un’Italia in cui energia e paesaggio non possono più essere pensati separatamente, l’agrivoltaico emerge come una scelta strategica prima ancora che tecnologica. Maurizio Pitzolu di RP Global racconta un modello che integra produzione e territorio con una visione di lungo periodo, trasformando una necessità normativa in un’opportunità di sviluppo.

 

Come e perché l’agrivoltaico è diventato parte centrale della vostra strategia?
«RP Global è un IPP e operatore internazionale attivo nello sviluppo, realizzazione e gestione di impianti da fonti rinnovabili, con una presenza consolidata in diversi Paesi europei. In Italia siamo entrati con una visione molto chiara: fin dall’inizio abbiamo deciso di concentrarci sull’agrivoltaico, più che sul fotovoltaico tradizionale a terra. È stata una scelta strategica. Crediamo che l’integrazione tra produzione agricola ed energia rinnovabile rappresenti un valore aggiunto sotto molteplici aspetti: dalla gestione del progetto alla sua fattibilità, fino alla redditività complessiva. La componente agricola non è un elemento accessorio, ma parte integrante del modello economico e territoriale.
Inoltre, già dai primi segnali normativi era evidente quale sarebbe stata la direzione del legislatore italiano. Abbiamo ritenuto che l’evoluzione del quadro regolatorio avrebbe progressivamente orientato il mercato verso soluzioni agrivoltaiche. E così è stato. Anticipare questa traiettoria ci ha permesso di posizionarci in modo coerente e lungimirante.»

 

«Non fotovoltaici mascherati, ma agrivoltaici autentici»

 

Cosa vi ha convinto a entrare nel mercato agrivoltaico italiano, e perché proprio ora?
«RP Global è presente in sette Paesi Europei – Spagna, Portogallo, Germania, Polonia, Francia e Croazia – dove sviluppiamo impianti eolici e BESS (co-located e stand- alone) e in campo solare prevalentemente impianti fotovoltaici tradizionali, perché il contesto territoriale e normativo lo rende ancora oggi la soluzione più efficiente. L’Italia, invece, è un caso diverso. Qui il territorio è più densamente abitato, il valore agricolo è centrale e il paesaggio rappresenta un patrimonio identitario oltre che economico. A differenza di Paesi con ampie aree semi-desertiche o scarsamente popolate, in Italia il tema della coesistenza tra energia e agricoltura è cruciale. Inoltre, la normativa italiana ha progressivamente indirizzato lo sviluppo verso l’agrivoltaico, riconoscendone il potenziale come modello integrato. Questo contesto regolatorio, territoriale e culturale ha reso l’Italia un mercato prioritario per noi ed è per questa ragione che stiamo investendo molto in questa tecnologia nel nostro Paese.»

 

«Quando progettato correttamente, l’agrivoltaico non sottrae valore al suolo: lo moltiplica»

 

Qual è, secondo te, il valore aggiunto che un operatore internazionale come RP Global può portare allo sviluppo dell’agrivoltaico in Italia?
«In Italia, il tema dell’agrivoltaico non è solo tecnico o energetico: ha risvolti sociali molto importanti. L’opinione pubblica è giustamente sensibile alla tutela del paesaggio e alla salvaguardia della vocazione agricola dei terreni. La politica si è orientata verso l’agrivoltaico anche per rispondere a questa esigenza: evitare che i terreni agricoli perdano la loro funzione produttiva per cedere totalmente al fotovoltaico. Mettere insieme energia e agricoltura ha permesso di superare questa contrapposizione. E crediamo che questa integrazione possa generare valore reale, sia per il comparto energetico sia per quello agricolo.
Il contributo che un operatore internazionale come RP Global può portare sta nell’esperienza e nella solidità strutturale, ma soprattutto in un approccio molto attento alla sostenibilità e alla ricaduta territoriale dei progetti. Non vogliamo che i nostri impianti vengano percepiti come interventi calati dall’alto o avulsi dal contesto locale.
Per questo investiamo tempo, competenze e capitali in una progettazione approfondita, che integri fin dall’inizio la componente agricola con quella energetica. Non si tratta di aggiungere un’attività agricola a valle del progetto, ma di costruire un modello realmente integrato. 

 

 

 

 

Come si integra il vostro lavoro con la tutela e valorizzazione dei terreni?
«Abbiamo un’attenzione molto forte alla vocazione dei terreni: laddove esiste già un’attività pastorale o agricola consolidata, non la stravolgiamo. Al contrario, interveniamo per rafforzarla. Questo significa investire nel miglioramento fondiario: sistemi di irrigazione, lavorazioni superficiali, concimazioni, regimentazione delle acque, realizzazione o potenziamento di pozzi per l’approvvigionamento idrico.
Un elemento centrale è la gestione nel lungo periodo. Quando possibile, lasciamo la conduzione agricola agli attuali proprietari dei terreni, se disponibili a proseguire l’attività. In alternativa, attiviamo partnership con aziende agricole locali strutturate, costruendo un dialogo progetto per progetto, caso per caso. Per noi il vero nodo non è solo autorizzare e costruire, ma garantire la gestione operativa nel tempo, in un contesto in cui la manodopera agricola qualificata non è sempre facile da reperire. L’obiettivo è chiaro: non fotovoltaici mascherati, ma agrivoltaici autentici, capaci di generare reddito, opportunità e continuità per il territorio.

 

La Sardegna è al centro di tutto, ed è in una situazione politicamente complessa per quanto riguarda le rinnovabili. Tuttavia, l’agrivoltaico non è un compromesso: è un’opportunità reale.
«Gli allevatori e gli agricoltori con cui lavoriamo lo riconoscono per motivi molto concreti. Il primo è l’integrazione del reddito. I canoni legati ai diritti di superficie rappresentano spesso un’entrata significativa, che contribuisce alla stabilità economica dell’azienda agricola. Il secondo è il miglioramento fondiario. Interveniamo per migliorare le condizioni dei terreni, trasformando aree talvolta depauperate in superfici più produttive e meglio gestibili. Questo significa maggiore valore e maggiore capacità produttiva.
C’è poi una dimensione territoriale più ampia. In regioni come la Sardegna, dove il tema del lavoro è particolarmente sensibile, l’agrivoltaico può contribuire a generare nuove opportunità occupazionali nel settore agricolo. Quando progettato correttamente, l’agrivoltaico non sottrae valore al suolo: lo moltiplica.»

 

Cosa ti aspetti dall’associazione Agrivoltaica e dal fare sistema con gli altri operatori italiani del settore?
«In territori come la Sardegna il tema delle rinnovabili è diventato fortemente polarizzato. Spesso si è finito per confondere fotovoltaico tradizionale e agrivoltaico, senza spiegare le differenze sostanziali tra i due modelli.
Questo ha creato una situazione in cui gli operatori e molti agricoltori comprendono i benefici concreti, mentre una parte dell’opinione pubblica continua a percepire le rinnovabili come una minaccia.
Il ruolo di un’associazione come Agrivoltaica è fondamentale. Serve una voce autorevole e tecnica, capace di fare chiarezza. Serve una comunicazione strutturata che spieghi cos’è davvero l’agrivoltaico e quali benefici può portare all’agricoltura e ai territori. È importante anche un lavoro di dialogo istituzionale, perché spesso manca una piena consapevolezza tecnica del modello. Fare sistema significa unire operatori energetici, mondo agricolo, istituzioni e territori in una visione comune.»

 

Qual è la tua visione per l’agrivoltaico italiano nei prossimi 5 anni?

«Sono complessivamente ottimista. Credo che in Italia il futuro del fotovoltaico sia l’agrivoltaico. Il modello che può funzionare nel lungo periodo è quello integrato. Per accelerare questo processo servono tre cose. La prima è una comunicazione più forte e strutturata, la seconda è un dialogo costante con la politica e con le associazioni di categoria, la terza è far vedere gli impianti: realizzare progetti pilota, aprirli al territorio, coinvolgere scuole, università ed enti di ricerca.

 

Da dove nasce la diffidenza?
«Secondo me da ciò che non si conosce. Se si mostra che il sistema funziona, la percezione cambia. L’agrivoltaico ha bisogno di esempi concreti, di educazione e di formazione, a partire dalle scuole. Se riusciremo a combinare buona progettazione, trasparenza e capacità di fare rete, l’agrivoltaico potrà diventare un vero modello di sviluppo territoriale.»

FAQ

Cos’è davvero l’agrivoltaico e in cosa si differenzia dal fotovoltaico tradizionale?

L’agrivoltaico è un modello integrato che combina produzione di energia e attività agricola sullo stesso terreno, senza sacrificare la produttività del suolo. A differenza del fotovoltaico tradizionale, non sostituisce l’agricoltura, ma la rafforza e la rende parte del progetto.

Quali benefici porta l'agrivoltaico agli agricoltori e ai territori?

Offre un’integrazione stabile del reddito attraverso i canoni, migliora le condizioni dei terreni grazie a interventi infrastrutturali e può generare nuove opportunità occupazionali locali. Se ben progettato, aumenta il valore produttivo e ambientale delle superfici.

Perché l’agrivoltaico è destinato a crescere in Italia?

Perché risponde a tre esigenze chiave del Paese: tutela del paesaggio, valorizzazione dell’agricoltura e sviluppo delle energie rinnovabili. Il contesto normativo e territoriale italiano spinge verso modelli integrati, rendendo l’agrivoltaico la soluzione più funzionale nel lungo periodo.

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