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Intervista26 Febbraio 2026

Alessandro Cremonesi di KB Development: «Perché senza una filiera il cambiamento resta un esperimento»

Il Presidente di KB Development parla di possibilità concrete e di necessità per lo sviluppo di una filiera. Senza dimenticare le soddisfazioni: «Il connubio tra produzione agricola ed energetica funziona, e quando funziona è probabilmente la cosa migliore che si possa fare»

Agrivoltaico come opportunità, ma anche come grande test di maturità per il sistema Paese. Tra incentivi, filiera mancante, visione industriale e geopolitica dell’energia, uno storico professionista delle rinnovabili racconta cosa funziona davvero, cosa manca e perché senza numeri non nasce alcun futuro. Con qualche chiosa personale, tra natura e il sogno dell’indipendenza energetica.

 

State lavorando su molti progetti agrivoltaici contemporaneamente. Dal tuo punto di vista, qual è oggi la chiave per far convivere davvero agricoltura ed energia?
«La chiave è creare una filiera sostenibile da entrambe le parti. Oggi quello che stiamo facendo è, di fatto, ancora un esperimento. Non esiste una vera industrializzazione del processo e questo comporta costi elevati, che rendono difficile la realizzazione degli impianti se non c’è un incentivo. L’idea è buona, la stiamo mettendo alla prova, ma siamo ancora in una fase molto iniziale».

 

«Senza una filiera sostenibile, il cambiamento resta un esperimento»

 

Qual è la principale difficoltà che incontrate nella realizzazione di questi progetti?
«La difficoltà maggiore è sul piano costruttivo e operativo. L’agrivoltaico richiede soluzioni tecniche nuove, che oggi non sono standardizzate. Questo rende ogni progetto più complesso, più lento e più costoso rispetto a un impianto tradizionale».

 

E invece quali sono le principali soddisfazioni che avete riscontrato?
«La soddisfazione più grande è vedere che il connubio tra produzione agricola ed energetica è possibile. Quando funziona, è probabilmente la cosa migliore che si possa fare: produrre energia rinnovabile senza togliere valore alla terra, anzi cercando di mantenerlo o migliorarlo. In più, stiamo portando avanti i lavori entro i tempi stabiliti e questo è motivo di orgoglio».

 

Cosa manca oggi, secondo te, per migliorare davvero l’applicazione dell’agrivoltaico in Italia?
«Manca l’esperienza, prima di tutto. Ma manca soprattutto una filiera. Non esistono ancora attrezzature agricole pensate per lavorare sotto o intorno ai pannelli fotovoltaici. Serve industrializzare il processo, creare una filiera tecnica e produttiva: macchinari dedicati, soluzioni per lavorare in quota, modelli agricoli pensati apposta per questi contesti. Tutto questo richiede tempo, ed è fisiologico. Servono i numeri: quando i numeri arrivano, la filiera si crea».

 

Un commento sull’agrivoltaico elevato e sulle nuove direttive?
«Se si vuole davvero coltivare sotto i pannelli, l’agrivoltaico deve essere avanzato ed elevato. Ma anche qui serve tempo: è una tecnologia nuova, che va testata, migliorata, adattata ai contesti reali».

 

Proviamo a guardare avanti. Che previsione fai per il 2026 nel mondo dell’agrivoltaico?
«Io guardo soprattutto a quanti progetti che hanno ottenuto il bando, la tariffa e il fondo perduto arriveranno davvero a realizzazione. In teoria nel 2026 dovrebbe esserci oltre un gigawatt di agrivoltaico avanzato installato. Personalmente ho qualche dubbio che ci si arrivi... Se, come penso, verrà realizzato molto meno di quanto autorizzato, si libereranno molti fondi. E lì forse si potrà rimettere mano al sistema di sostegno».

 

In che senso un gigawatt può cambiare le cose?
«Un gigawatt è una potenza rilevante. Quando raggiungi quei numeri iniziano a nascere servizi: O&M strutturata, sistemi per il lavaggio dei moduli, assistenze in quota, strumentazioni dedicate per lavorare sotto e sopra i pannelli».

 

Torniamo indietro. Quando hai iniziato a occuparti di rinnovabili?
«Ho iniziato tra il 1987 e il 1988, lavorando come sviluppatore su progetti a biomasse.
Con iter autorizzativi lunghissimi e costosi, tecnologie molto affascinanti ma anche estremamente complesse.»

 

E quando arriva il fotovoltaico?
«Quando è arrivato il fotovoltaico, noi avevamo già struttura, competenze autorizzative, industriali e tecnologiche molto solide. Rispetto a quello che facevamo prima, il fotovoltaico sembrava un “giochino”. Per questo lo abbiamo guardato subito con grande interesse».

 

È stato quindi un percorso parallelo alla crescita del settore?
«Esattamente. Siamo cresciuti insieme al fotovoltaico italiano. E non solo come sviluppatori: fin dall’inizio lo abbiamo affrontato come industria».

 

Cosa intendi quando dici “come industria”?
«Abbiamo realizzato una delle poche fabbriche di pannelli fotovoltaici in Italia. Inoltre abbiamo fondato l’associazione che riuniva l’industria fotovoltaica italiana, di cui sono stato presidente per molti anni. Rappresentavamo l’industria nei confronti del GSE e del Ministero.
Normativa, legislazione, smaltimenti, regole di mercato: gran parte di quello che oggi è il mondo del fotovoltaico è passato dai nostri uffici. Eravamo l’interlocutore tecnico che dialogava con le istituzioni durante i continui cambiamenti del settore».

 

Avete avuto anche un ruolo chiave a livello europeo.
«Sì. Abbiamo promosso l’azione antidumping più grande della storia della Comunità Europea in termini di valore. All’epoca i pannelli fotovoltaici rappresentavano circa il 10% del valore totale delle importazioni dalla Cina».

 

E l’esito?
«Abbiamo vinto. È stata riconosciuta un’infrazione per dumping dell’85% e per sussidi del 90%. Una doppia violazione. Abbiamo dimostrato, numeri alla mano, che l’industria europea era strutturalmente danneggiata».

 

Sappiamo che la bicicletta è una tua grande passione.
«Sì, assolutamente. In passato ci siamo occupati anche di biciclette elettriche, siamo stati io e il mio socio tra i primi a portarle in Italia... ma è un settore molto complesso. La bici però è rimasta una passione vera».

 

Cosa rappresenta per te?
«Natura e aria aperta. E spero che grazie alle rinnovabili si possa andare in bici, in futuro, in un ambiente meno inquinato».

 

 

 

 

Che ruolo può avere l’agrivoltaico in questo scenario?
«Può essere una grande soluzione, ma va sostenuta. O rischia di restare una chimera».

 

Quanto conta la politica?
«Tantissimo. Se un Paese decide davvero di essere energeticamente più autonomo, di importare meno gas possibile, allora l’energia se la deve produrre. D’altronde l’energia la si produce con il sole e con il vento. Non ci sono alternative reali. Se è una scelta strategica nazionale, l’economicità passa in secondo piano: è una decisione geopolitica».

 

Cosa manca oggi?
«Una lobby industriale e competente. Una visione concreta. Speriamo possa portarla Agrivoltaica».

«Senza una filiera sostenibile, il cambiamento resta un esperimento»

«L’indipendenza energetica è una scelta strategica nazionale. È una decisione geopolitica»

Qual è la principale sfida oggi nello sviluppo dell’agrivoltaico in Italia?

La sfida principale dell’agrivoltaico oggi è la mancanza di una filiera industriale strutturata. Si tratta ancora di un settore in fase sperimentale, dove molte soluzioni tecniche non sono standardizzate e ogni progetto richiede adattamenti specifici. Questo comporta costi più elevati e tempi più lunghi rispetto agli impianti fotovoltaici tradizionali. Per rendere davvero competitivo l’agrivoltaico, è necessario sviluppare macchinari dedicati, tecnologie agricole compatibili con i pannelli e modelli operativi replicabili su larga scala.

Perché l’agrivoltaico ha bisogno di incentivi per svilupparsi?

L’agrivoltaico richiede investimenti iniziali più alti rispetto al fotovoltaico tradizionale, soprattutto per via della complessità progettuale e delle tecnologie ancora in evoluzione. In questa fase iniziale, gli incentivi sono fondamentali per sostenere i progetti e permettere al settore di crescere. Con l’aumento del numero di impianti realizzati, sarà possibile ridurre i costi grazie alle economie di scala e favorire la nascita di una filiera industriale autonoma e competitiva.

Quanto costa un impianto agrivoltaico e perché è più complesso del fotovoltaico tradizionale?

Il costo di un impianto agrivoltaico è generalmente più alto rispetto a un impianto fotovoltaico tradizionale, perché richiede strutture più elevate, soluzioni tecniche specifiche e una progettazione integrata con l’attività agricola. Inoltre, trattandosi di un settore ancora in fase di sviluppo, molte tecnologie non sono standardizzate e questo incide su tempi e costi. Tuttavia, con la crescita del mercato e la diffusione degli impianti, si prevede una progressiva riduzione dei costi grazie all’industrializzazione della filiera.

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